Chiudiamo le scuole per risparmiare

ovvero “quando la didattica si piega al vil denaro”

ImageE’ di questi giorni la polemica sulla proposta fatta dalla Provincia di Ferrara ai dirigenti scolastici delle scuole superiori di passare alla “settimana corta” in modo da risparmiare sul riscaldamento e, come ammette oggi su estense.com la Presidente della Provincia Zappaterra, magari in futuro pure sul trasporto locale.

Per alcuni è una tempesta in un bicchiere d’acqua, una polemica strumentale, Dal mio punto di vista, invece, il problema è grave e tocca il cuore di un sistema pubblico.

Faccio una doverosa premessa: è vero che chi decide su queste variazioni non è la Provincia, che oltretutto non ne avrebbe neppure competenza per legge, ma sono i Collegi docenti e i Consigli d’Istituto, dove sono rappresentati anche genitori e studenti.
Faccio un’altra premessa: è vero che è scandaloso lo spreco da un punto di vista energetico – e anche economico – che c’è negli edifici pubblici in generale e nelle scuole in particolare. Era così ai miei tempi (quasi 20 anni fa, non fatemici pensare!), lo è oggi. Nelle scuole è normale avere la neve nei cortili e studenti che girano in maglietta e magari aprono pure le finestre. E la scandalosa temperatura dell’aula del consiglio comunale di Ferrara aveva tenuto banco sulla stampa per le folcloristiche proteste del consigliere Francesco Rendine.

Se il trovare adeguate soluzioni per ragioni di sostenibilità energetica e per evitare sprechi stupidi è cosa nobile e giusta, trovo invece estremamente preoccupante la scelta di ‘suggerire’ ai dirigenti (sempre più manager e sempre meno presidi) di variare l’organizzazione della scuola – con conseguenze possibili anche sulla didattica – al fine di risparmiare una cifra ridicola (120mila euro all’anno, pari circa al 10% dell’investimento totale della Provincia).

Le ragioni della mia preoccupazione e contrarietà sono di varia natura. Di merito, di metodo e per le conseguenze politiche di un ‘precedente’ del genere.
Parto dalle ultime.

Sul piano politico ammettere che per risparmiare 120mila euro di riscaldamento si chiede la chiusura in determinate giornate ricalibrando la didattica è ammettere che l’istruzione è ‘comprimibile’ sulla base di esigenze di bilancio. La cosa è grave ancor di più perché si tratta l’istruzione – che dovrebbe essere, insieme alla tutela della salute e al diritto all’abitare, un diritto fondamentale garantito a tutte e a tutti, a prescindere dalle condizioni economiche e sociali – esattamente come il rifacimento di un marciapiede o una consulenza per gestire un sito web.
E’ vero che la Provincia non si occupa di didattica, che resta una scelta in mano alle scuole. Ma mettere all’ordine del giorno questa proposta – per quanto informale – dimostra che l’ordine delle priorità è chiaro. La scuola, già bistrattata dai tagli nazionali, già con insegnanti sempre più anziani e tanti altri precari, già con classi sempre più numerose, già con edifici fatiscenti e inadeguati (interessanti i dati ricavabili dal sito dell’Unione degli Studenti) si trova a subire ulteriori richieste che vanno ad invadere anche la sfera dell’organizzazione e della didattica.
Invece di mettersi a servizio per rispondere alle esigenze di una scuola che deve formare gli uomini e le donne del futuro, la Provincia opta per la soluzione opposta: le esigenze economiche della Provincia cambiano la scuola, cambiano il servizio ed è quindi la scuola che si deve adattare a delle scelte esterne.
Se ciò è comprensibile nei momenti emergenziali (ad esempio un terremoto che rende inagibili degli edifici), non può diventare la norma.

Al che ci si trova ad affrontare il secondo tema: il metodo. “State discutendo del nulla”, tuonava la Presidente un paio di giorni fa. Ebbene, è vero che la Provincia non impone nulla. Ma se è vero quanto emerge dalla stampa per cui il ‘ consiglio’ ci sarebbe stato, significa che chi ha a livello locale i cordoni della borsa ha messo in atto un ‘ricatto’ (termine forse un po’ esagerato, ma rende bene l’idea).
“Hai un problema che mezza scuola ha le infiltrazioni di umidità e l’intonaco è scrostato? Beh, i soldi non ci sono, ma se risparmi 60mila euro di riscaldamento magari l’anno prossimo riusciamo a rifare l’intonaco”. Già, un dirigente, anche la persona più integerrima, si trova ad affrontare un bel dilemma: “non ci sono i soldi nemmeno per la carta della fotocopiatrice, l’intonaco è scrostato, e finora va bene che è scrostato solo sulle pareti e non sul soffitto – che poi se cade in testa a qualcuno si fa pure male -, magari se in collegio passa la chiusura del sabato poi ci fanno i lavori… o magari mi mettono la rampa per i disabili, così non devo chiedere ai due bidelli (personale ATA, NdA) di portare in braccio quel ragazzo fino al secondo piano…”
Insomma, come dar torto al dirigente compresso così?!

Ma poi c’è dell’altro: il merito. Lo diceva bene Girolamo de Michele sul suo blog “qualcuno dirà che  6×5 fa sempre 30 se si tratta di mele e pere, ma la scuola tratta conoscenza, non casse di frutta al mercato: fare 6 ore di lezione al giorno per 5 giorni – e certi giorni sono 7 – non è la stessa cosa che farne 5, la didattica peggiora, la qualità dell’istruzione diminuisce…”
E non serve un insegnante ed esperto di scuola e di didattica come De Michele. Se facciamo noi tutti uno sforzo di immaginazione ci potremo ricordare che la “quinta ora” era una faticaccia, che la fame si sentiva e la stanchezza anche e che era gestibile solo se in mattinata si erano fatte due ore di educazione fisica o se almeno c’era stata religione. Per non parlare poi dei giorni in cui le ore erano sei (anche se da 50 minuti). Che in termini orari era come farne cinque ma sul piano della concentrazione e dello stress era tutta un’altra cosa. Ma se pensiamo che il mio ricordo sia falsato dall’età e che De Michele sia un folle, consiglio a tutti di verificare su un qualunque manuale di didattica. La resa in termini di concentrazione si ha per 45-50 minuti e facendo pause di almeno 10 minuti, e questo vale per gli studenti come pure per i docenti. E aggiungere un’ora senza adeguate pause non è irrilevante, soprattutto se un docente viene da cinque ore di lezione frontale o magari uno studente dal susseguirsi di matematica-matematica-italiano-(10 minuti di ricreazione)-latino-fisica-storia.
Allo stesso modo vanno contestualizzate anche le sperimentazioni avvenute in questi anni. Penso che sarebbe utile parlare direttamente con i docenti che i progetti delle sperimentazioni li hanno scritti e che magari sono in grado di raccontare che la scelta allo ‘sportivo’ del Roiti della c.d ‘settimana corta’ era finalizzato all’esigenza di permettere agli studenti di praticare agonisticamente uno sport, attività ritenuta fortemente formativa proprio per le specificità di quel piano di studi specifico.
Ma anche gli esterofili dovrebbero sforzarsi di verificare un po’ meglio le condizioni della ‘settimana corta’. Spesso si hanno rientri pomeridiani e un servizio di mensa (chi lo pagherebbe?), riduzione consistente dello studio individuale pomeridiano (il che significherebbe cambiare, e non poco!, le modalità di lavoro nonché le modalità di verifica), classi magari meno numerose, più attività di laboratorio, ecc. ecc. ecc.

Siamo disponibili, come società, a fare un investimento del genere?
O preferiamo tirare a campare fino ad arrivare, di taglio in taglio, a chiudere direttamente le scuole come in Grecia hanno chiuso l’Ateneo di Atene?

 

p.s. Se il problema fosse stato solo di sostenibilità ambientale, inviterei la Provincia a verificare tramite i suoi tecnici la possibilità, il costo e il risparmio derivante dal montare valvole termostatiche, strumenti semplici che permettono anche di spegnere il singolo termosifone. In questo caso aula vuota avrebbe termo spento. E’ uno degli strumenti che gli idraulici consigliano per risparmiare anche nelle case e la cui presenza fa guadagnare punti, sul piano della capacità energetica, ad un appartamento. Ogni valvola a casa mia è costata 20 euro e il risparmio in bolletta si vede.

p.p.s. per un’ulteriore lettura critica consiglio di leggere questo pezzo di Annamaria Testa a commento della circolare milanese sul medesimo tema

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