1° maggio: che c’è da festeggiare?

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editoriale pubblicato sul numero speciale de Il ventricolo sinistro, pubblicato il primo maggio 2013

Primo Maggio: Festa del Lavoro.

Così c‘è scritto sul calendario che mi occhieggia appeso al muro. E ogni volta resto stupita. Ogni anno non riesco ad ignorare la strana ironia di quelle parole: “festa” e “lavoro”.
“Le parole sono importanti”, gridava Nanni Moretti in Palombella Rossa. E viene da urlare anche a me.

“Festa”?! Ma che cosa c’è da festeggiare? E “lavoro”?! Ma che diamine significa oggi “lavoro”?I dati dell’inizio del 2013 ci dicono che la disoccupazione ha raggiunto il 12%, con quella giovanile al 37,8%, e che le ore di cassa integrazione nel 2012 hanno superato il miliardo, con un aumento nel primo trimestre del 2013 su quello dell’anno precedente. Per non parlare poi di coloro che risultano occupati ma sono prigionieri della selva dei contratti c.d. ‘atipici’, tra cui spiccano i lavoratori ‘accessori’ trionfo della mercificazione del lavoro (le cui prestazioni sono retribuite con dei buoni, i cosiddetti voucher), nell’impossibilità non solo di progettarsi una vita ma anche solo di arrivare a livelli autosufficienza. Per non parlare di chi lavorando muore: solo nei primi 3 mesi dell’anno sono morte 92 persone sui luoghi di lavoro e altre 185 mentre si recavano al lavoro. E, forse, a questi, dovremmo citare anche chi si suicida per il non-lavoro.

Negli ultimi anni è stato progressivamente smantellato un sistema di diritti costruito in decenni grazie alle lotte dei lavoratori e delle lavoratrici. La consapevolezza che chi offre lavoro non ha la stessa forza contrattuale di chi dispone del capitale ha fatto sì che venissero approvate un insieme di norme, sia sul piano sindacale che relative alle condizioni di lavoro e salariali, allo scopo di permettere la tutela della parte più debole.
Quello che è successo in questi anni, complice una crisi che sta lasciando tutte e tutti senza fiato, è stato il rispolverare quel pensiero individualista, base del liberalismo, per cui il bene del singolo diventa bene collettivo. Peccato che nel concetto di “bene del singolo” ci sia ricaduto solo il bene di talune figure, come le banche e le grosse finanziarie, mentre non vi sia stato considerato il bene delle tante donne e dei tanti uomini che lavorano (o lavoravano), sono oggi in cassa integrazione, in mobilità, saltellano da un lavoro precario all’altro per arrivare alla fine del mese, vengono sfruttate/i da chi propone loro stage sottopagati o addirittura gratuiti, alla faccia di una preparazione di livello universitario o post-universitario, quale quella che molti giovani possono vantare nel proprio curriculum.
La risposta alla crisi del Governo Berlusconi, prima, e Monti, sostenuto da tutto il Parlamento, poi, è stata quella di finanziare il sistema bancario e di cancellare i diritti.
Ci si è comportati come se la causa della crisi fossero le ‘troppo poche’ ore di lavoro, o gli stipendi ‘esagerati’, o norme contro l’arbitrario licenziamento, come l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori.
Chiaramente un comportamento strumentale. I ‘professori’ che ci hanno governato sanno bene che in Germania, paese che accusa la crisi meno di noi, le ore medie lavorate sono inferiori e che gli stipendi medi sono più alti. Come pure ben sanno che se le aziende straniere non investono in Italia non è per la presenza del (fu) articolo 18 nel nostro ordinamento ma – come ha affermato un noto rivoluzionario come il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi – per un sistema burocratico e di tassazione sul lavoro fortemente deprimente (sul piano economico, e non solo).
Come sanno bene che togliere l’inderogabilità al contratto collettivo nazionale di lavoro, svuotandolo di potere – come ha fatto Berlusconi inserendo l’art.8 del d.l. 138/ 2011 -, rende solo più deboli coloro che rappresentano i lavoratori a livello aziendale, ma non aiuta ad uscire dalla crisi. E invece di sostenere una legge sulla rappresentanza sindacale e sulla possibilità di referendum fra i lavoratori di un’azienda, si è pensato solo di escludere dal tavolo gli interlocutori sindacali più ‘scomodi’.
Come pure sanno bene che uno dei problemi sta negli scarsi investimenti nella ricerca e nel deserto di incentivi per promuovere l’innovazione.
Ma si è scelto una via diversa. Approfittando di una situazione emergenziale si è scelto di negare diritti e tutele, allo scopo di regalare la libertà di movimento a grandi imprenditori e gruppi finanziari. Si è scelto di rendere le donne e gli uomini che possono contare solo sul proprio lavoro più deboli e più ricattabili. Si è scelto di cancellare decenni di lotte e di conquiste.

Oggi, da festeggiare c’è proprio poco.
Ma c’è una lotta da continuare. E noi ci saremo.

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