La memoria contro i ghetti.

ImageDomani mattina insieme alle donne e agli uomini con cui stiamo intraprendendo il percorso di Rivoluzione Civile, insieme alle altre candidate ed agli altri candidati ferraresi che si sono messi a disposizione nella lista emiliano-romagnola, abbiamo deciso di onorare il Giorno della Memoria.Non lo facciamo liturgicamente, ma con la consapevolezza che solo una costante azione culturale, sociale, economica e politica potrà evitare la creazione di nuovi ghetti.

Abbiamo deciso di parlare con chi lo desidererà, ‘occupando’ un posto altamente simbolico per Ferrara: l’inizio del ghetto, dove una volta si chiudeva il cancello che divideva i cittadini ebrei dai cittadini non ebrei.

Oggi, anche in Italia, siamo a rischio-ghetto.

E non sto parlando solo dei gravissimi e inaccettabili fatti venuti alla luce dall’inchiesta di Napoli in cui è emersa una stretta connessione fra fenomeni razzisti ed antisemiti e esponenti di CasaPound, nonostante le dichiarazioni del loro candidato premier, Simone Di Stefano, e che si possono leggere sul loro sito nazionale. E che magari dovrebbero illuminare la politica della pacificazione sul rischio di equiparare i gruppi neofascisti ad altre realtà politico-associative.

Ma tornando ai ghetti, va svolto un importante lavoro diffuso contro tutte le forme di ghettizzazione, di carattere sociale, di carattere economico e di carattere sessuale.

Abbiamo una società sempre più frammentata. La ricerca del ‘capro espiatorio’, di colui imputabile del disagio, viene sapientemente condotta non verso coloro che davvero si trovano in posizioni privilegiate, o nei confronti di coloro che continuano a legiferare per favorire i soliti poteri forti. Il ‘nemico’ diventa quello un gradino sotto o sopra, la guerra dei penultimi contro gli ultimi.

Come combattere allora la ghettizzazione?

La ghettizzazione la si combatte culturalmente, finanziando una scuola pubblica e statale che possa dare gli strumenti a tutte e a tutti, a prescindere dalla condizione sociale di partenza e a prescindere dal fatto che se lo ‘meritino’. Sì, perché troppo spesso si finisce con il dimenticare l’impossibilità di taluni di ‘meritarselo’ come altri, magari perché devono affiancare il lavoro allo studio o perché privi dell’adeguato sostegno famigliare.

La ghettizzazione la si combatte socialmente, sostenendo progetti nelle zone disagiate, che aiutino a ritrovare nella socialità, nella solidarietà attiva e nell’autorganizzazione una risposta ai problemi di ogni giorno e a cercare la risposta non nel togliere diritti ad altri per garantirli a me, ma nell’estensione delle possibilità.

La ghettizzazione la si combatte economicamente, riconoscendo livelli ‘assistenziali’ minimi per tutte e per tutti, a prescindere dalla condizione economica, e che permettano davvero una vita dignitosa. Lo si fa riconoscendo il diritto alla casa, ma anche ad alcuni servizi pubblici che non possono essere messi in discussione: la possibilità di ricevere un’istruzione, la possibilità di accedere alle cure (anche a quelle odontoiatriche o psichiatriche), la possibilità di non doverti impoverire perché hai un parente non autosufficiente, la garanzia di un reddito minimo che ti garantisca un introito anche quando la precarietà ti fa perdere il lavoro.

Ma la ghettizzazione la si combatte anche legislativamente riconoscendo diritti per i “senza-diritti”, dando una vero diritto di cittadinanza a intere fette di popolazione che oggi se ne vedono private. E su questo basta nominare migranti e gay e lesbiche per avere uno spaccato della situazione.

Sì, perché i ghetti talvolta sono “fisici”, altre volte i cancelli sono metaforici e servono a dividere chi ha diritti da chi no.

Chi volesse ci trova domattina alle 11 in Piazza Trento e Trieste all’imbocco di via Mazzini, dove si apriva il principale dei 5 cancelli che chiudevano il ghetto.

Per dire insieme “mai più ghetti!”

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