44ff890f246c27948f466638f484068bcc5cb1cb20f540cecaa92b10questo articolo è stato pubblicato su Il ventricolo sinistro, rivista de* Giovani Comuniste/i di Ferrara.

Il 27 ottobre non partiva secondo i migliori auspici.
I mass media disegnavano il “No Monti Day” come l’invasione dei black-bloc che avrebbero messo a ferro e fuoco Roma; pezzi di ceto dirigente dei partiti della sinistra antiliberista la davano come manifestazione settaria, non unitaria, fatta con la vocazione più di dividere che di creare un fronte unitario. Anche le previsioni meteo hanno creato allarme: pioggia scrosciante.Invece il 27 ottobre è arrivato e si è mostrato per quello che doveva essere. Una grande manifestazione – 150mila partecipanti secondo gli organizzatori e comunque decine di migliaia per il borghese Corriere della Sera – di chi si colloca contro le politiche di Monti, contro il neo liberismo della Ue e contro gli ordini del Fondo Monetario Internazionale. A parte qualche vetrina di banca imbrattata e qualche tafferuglio fra universitari e polizia, non ci sono stati scontri. Sebbene qualcuno sicuramente ne sia rimasto deluso, e non fra le file di chi era alla manifestazione.
Ma è vero, non è stata una manifestazione che univa indistintamente. Hanno aderito il sindacalismo di base, pezzi di sindacato come “Rete 28 Aprile”, i movimenti come “No Debito”, i No Tav e i terremotati emiliani di “Sisma.12”, il Prc e gli altri partiti che senza tentennamenti hanno scelto di stare nel fronte antiliberista. E il corteo lo aprivano i malati non autosufficienti e i malati di Sla, che si erano visti tagliare i fondi dell’assistenza in nome della spending review, una revisione della spesa pubblica a senso unico e che ha colpito le classi più in difficoltà molto meno i grandi gruppi bancari e finanziari.
Insomma, c’era chi ci doveva essere. Ovvero chi non ha paura di dire che non si può tagliare lo stato sociale per rendere felici l’Fmi o la Bce e con essi i grandi gruppi finanziari e che il voler riproporre le ricette che ci hanno portato in questa crisi come magiche soluzioni alla crisi stessa è semplicemente demenziale. Una piazza fondata sulla ricerca di una alternativa vera alle politiche di Monti, fatta da chi non ha mai inneggiato al governo tecnico più politico della storia repubblicana – arrivato addirittura a modificare la Costituzione! –  come al salvatore della patria. Una piazza fatta da chi non vuole farsi ingabbiare in una logica bipolare di chi sta nel recinto del centrosinistra o in quello del centrodestra, senza neppure comprendere come questa logica è ormai superata dai fatti.
E non potrebbe essere diversamente. Da un anno a questa parte tutto l’arco parlamentare – esclusione fatta per Lega Nord e Italia dei Valori – appoggia Monti. Intanto Grillo vola verso il 20%, e il centrosinistra – che va dai fan di Monti Tabacci-Renzi-Bersani all’oppositore Vendola – si appresta alle primarie con una carta d’intenti che impegna i partecipanti ad “assicurare la lealtà istituzionale agli impegni internazionali e ai trattati sottoscritti dal nostro Paese, fino alla verifica operativa e all’eventuale rinegoziazione degli stessi in accordo con gli altri governi” nonché ad “appoggiare l’esecutivo in tutte le misure di ordine economico e istituzionale che nei prossimi anni si renderanno necessarie per difendere la moneta unica e procedere verso un governo politico-economico federale dell’eurozona”. Che tradotto significa non mettere in discussione il Patto di Stabilità , ad esempio, e soprattutto a non toccare il Fiscal Compact, che ci obbliga a tagliare 45 miliardi l’anno per i prossimi 20 anni.
Come si tradurrà la piazza del 27 ottobre è presto per dirlo. Sicuramente è stato un importante momento che non rimane estemporaneo. Finalmente, anche in Italia, seppure a rilento rispetto al resto d’Europa, è partita l’opposizione alle politiche dell’Unione, con un fronte antiliberista che si è dato già appuntamento nelle piazze dello sciopero europeo del 14 novembre contro le politiche dell’Unione.
Sicura è la necessità di darsi gambe robuste velocemente. Non è più il tempo dell’attesa e dei tatticismi, ma quello dell’azione.

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