Sul finanziamento pubblico ai partiti

Era un po’ che volevo scrivere sul tema. E ora sento di non poter più aspettare perché anche una persona di cui condivido solitamente il pensiero, ha pubblicato un post sul suo blog che trovo assolutamente in linea con il pensiero demagogico dominante. Parlo di Gennaro Carotenuto, che con la consueta abilità dialettica argomenta il perché il finanziamento pubblico non solo non sia di sinistra, ma sarebbero una sorta di arricchimento ingiustificato.

Faccio una premessa doverosa: la mia è una visione di parte, di tesoriera regionale di un partito che non è certo sponsorizzato da grandi lobby ma nemmeno da privati ricchi e generosi e che vive su tesseramento, autofinanziamento e le donazioni degli eletti nelle istituzioni.

Ne faccio un’altra. Parlare di finanziamento dei partiti deve prescindere dalla legge attualmente in vigore in Italia (che peraltro parla di rimborso elettorale, anche se un vero e proprio rimborso non è).

Faccio anche una terza, ed ultima, premessa: il voto popolare è sovrano, e il referendum del 1993 non può essere ignorato e solo qualora si ritenesse che, dopo 20 anni, il “sentimento del popolo” fosse cambiato si potrebbe procedere con una nuova legge, sennò niente da fare.

Fatte  queste tre doverose premesse, però, devo dire che trovo facilmente demagogico e terribilmente pericoloso il pensiero che sta venendo avanti sulla totale autosufficienza economica dei partiti.

Per iniziare, se parliamo di finanziamento ai partiti dobbiamo tenere staccato questo dalle indennità/gettoni (più o meno elevate, talvolta ridicole, altre volte vergognose) che ricevono coloro i quali sono chiamati a ricoprire incarichi elettivi o di nomina. Sicuramente per questi ultimi vale senza dubbio alcuno la ratio citata da Carotenuto sull’evitare possibilità di “corruzione”. Anche se poi la teoria non ha avuto grandi riscontri nella pratica, come ci insegna Tangentopoli e tanti casi anche più recenti.

Quando si parla di leggi, e della giustezza delle leggi,  a mio parere bisogna immaginarsi delle situazioni concrete, vederne le ricadute pratiche e scegliere anche una scala di valori da darci. Certo, è una semplificazione, ma che aiuta a capire la portata delle norme.

Quindi procedo.

Esistono nel paese i partiti A, B e C. Il Partito A è un partito che ritiene superati i grandi dualismi e pertanto tende ad un appiattimento dei diritti in una sostanziale pacificazione sociale; il partito B è un partito che vede il suo riferimento sociale nei precari, nei lavoratori, nelle donne; il partito C è appena nato e lo ha fondato un calciatore famoso, che essendosi rotto i legamenti inizia a pensare a cosa fare nella sua vita.

Ipotesi 1 – Non esiste alcuna forma di finanziamento pubblico, ci si basa solo su donazioni e forme di contributo volontario.

I tre partiti che hanno più o meno lo stesso numero di iscritti, si ingegnano per acquisire i fondi per stampare il materiale di propaganda, pagare le sedi, pagare qualche dipendente che possa prestarsi a compiere le normali attività. E così fanno sottoscrizioni, ossia chiedono fondi ai propri sostenitori. Il partito A scopre di non aver grandi problemi a raccogliere fondi anche da un grosso gruppo imprenditoriale perché nel programma ha già  scritto che crede ‘nella flessibilità in uscita’; il partito B fa un po’ di cene, raccoglie fondi (che non sono mica tanti, perché c’è la crisi e anche chi fino a qualche anno fa faceva la tessera da 100 euro ora la fa da 30, altro che i 100 euri che dice Carotenuto!) e scopre che un gruppo imprenditoriale sarebbe disponibile a dargli 1000 volte la cifra media con cui contribuiscono i precari, certo, se solo si fosse disponibili a non rompere troppo le scatole su un articolo di una legge di tanti anni fa. E poi c’è il partito C che decide di non fare neppure le cene di autofinanziamento (sai la fatica?) ma di risolversela con un paio di uscite pubbliche e il foraggiamento del famoso bomber.

Conclusione: il partito A raccoglie un milione, il partito B deve decidere fra il milione (rinunciando ad un punto importante del suo programma) oppure i 200mila delle sottoscrizioni; il partito C non lo sappiamo, tanto quando i soldi finivano il bomber faceva due palleggi a pagamento e le casse si rimpinguavano.

Ipotesi 2 – Esiste una forma di finanziamento pubblico, basata su una cifra fissa sancita ogni cinque anni, sulla base dei voti presi alle politiche, con un tetto massimo elargibile per partito e bilanci da rendersi pubblici (compresi i nomi dei finanziatori) e da sottoporsi ad una forma di revisione pubblica, sempreché il partito sia interessato al finanziamento.

Il partito A avrebbe il suo milioncino più 100 dallo Stato, il Partito B potrebbe avere i suoi 200 e magari un 150 dallo Stato (almeno negli esempi lasciatemi l’illusione!) e il partito C magari sceglierebbe di non partecipare neppure alla richiesta di finanziamento pubblico (perché “alle feste in discoteca vado, mi danno il rimborso spesa, ma che stai a fare la fattura?!”).

Quale delle due soluzioni rappresenterebbe meglio una forma democratica di accesso alla competizione elettorale e più in generale alla competizione politica?

Badate bene, non metto in discussione alcuna che ci sono dei grandissimi furbi che hanno rubato, che si sono arricchiti, che hanno sprecato, e dovranno per ciò andare in giudizio. E per i quali la soluzione la si ha in alcune delle proposte fatte da Carotenuto nel suo post.

Ma siamo sicuri che la soluzione sia lasciare al “libero mercato delle donazioni”? Lasciare lo spazio alla “corruzione dei programmi elettorali” (nella migliore delle ipotesi), pur nella trasparenza dei nomi dei finanziatori? Decidere per l’impossibilità di taluni di essere visibili mediaticamente?

Quando leggo Carotenuto parlare di offerte di 100 euro l’anno da parte degli iscritti mi viene da ridere. In che mondo vive? Ebbene, a Ferrara, dove in fondo non si sta malissimo ma la crisi morde (ed eccome se morde) chi fa le tessere più ricche sono i nostri pensionati (e non quelli con pensione minima) che ti danno 50 euro l’anno. In compenso ci sono uomini e donne che dedicano al partito festività e ferie per organizzare iniziative di autofinanziamento ma non ce la fanno a fare tessere superiori ai 20 euro. E non c’è nessun dirigente (sicuramente non locale, ma neppure nazionale, mi sento di dire) che si arricchisca. Basti pensare che chi ricopre incarichi di dirigenza a livello locale lo fa a titolo interamente volontario e  spesso non chiedendo neppure rimborsi.

Ebbene quella che trovo essere la demagogia intrinseca che esce anche da persone intelligenti quando si parla di finanziamento alla politica (e non solo), sta nello scegliere la via dell’abbandono a quella più faticosa di controllare, sanzionare i delinquenti e mettere dei tetti di spesa certi. E scegliendo questa via che rende felici le folle al bar, forse senza rendersi conto, sponsorizzano la via che più rende felici i grandi partiti (quelli che magari hanno dirigenti pagati e anche lautamente) e che oggi sono rappresentati in Parlamento. I partiti che magari riescono a trovare grandi finanziatori o perché in fondo fanno gli interessi di queste lobby o perché sono disponibili a farli.

Da parte mia, sono fiera di stare in un partito che di grandi lobby non ne vede l’ombra e che sta vendendo le sue sedi ma non si vende al miglior offerente. E sono anche fiera di essere in un partito che viene citato nel libro Partiti SpA (Ponte delle Grazie, 2012) di Paolo Bracalini, autore non certo sospettabile di simpatie comuniste, in questi termini “Rifondazione Comunista è lodevole e presenta un bilancio regolarissimo”.

Preferisco finanziare pubblicamente l’azione politica di partiti che ricoprono – costituzionalmente – un ruolo fondamentale (art.49), piuttosto che rendere la politica una dialettica fra lobby di grandi finanziatori.

E lo preferisco perché è un modo per difendere la democrazia.

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