Obiezione civile e canone Rai

Lo spot della Rai che invita a pagare il canone per il 2012 gioca sull’idea di “tributo”. Insomma da un lato ci dice che pagare il canone è un modo per “riconoscere i meriti” a chi fa cose onorevoli o a chi copie onestamente il proprio lavoro, dall’altro ci ricorda che “è un tributo come tutti gli altri”, insomma una tassa, e già vediamo la spada di Damocle di Equitalia pendere sulle teste di chi non dovesse aver pagato i 112 euro all’anno.Come se non bastasse ora viene fuori che il tributo va pagato anche da chiunque possegga uno strumento atto a ricevere le frequenze, ovvero, oggi come oggi, un qualunque computer o cellulare di ultima generazione, i vari iPad e via discorrendo.

La cosa che scoccia, e non poco, è che non è un servizio necessario. Io posso benissimo fare a meno della programmazione tv e “accontentarmi della radio, oppure avere un impianto che non collego all’antenna ma che uso per guardarmi film in dvd (rigorosamente comprati nel rispetto delle norme sul copyright!).

Fatto sta che il canone ormai va pagato, anche se ho solo un cellulare di ultima generazione che uso per lavoro e non certo per guardare la tv. E non solo, la confusione regna sovrana, visto che se pare che le famiglie con computer ma senza tv vengano esonerate, non si capisce se lo siano anche le aziende o i detentori di partita iva e possessori di un pc.

Ma al di là di tutto ciò, la cosa che a me personalmente fa molta rabbia è questa: perché un servizio che dovrebbe essere di pubblica utilità in realtà spreca fondi per avere magari uno showman e non paga e fa vivere in precarietà centinaia di giovani giornalisti, cameramen, registi, ecc. ecc. ecc, che sarebbero molto più utili per garantire il servizio rispetto ad un Celentano o anche ad una Clerici, per non parlare di un programma trash come “L’isola dei famosi”.

Vorrei anche capire come mai la Rai non applica proprio clausole eticamente compatibili con le norme basilari di non discriminazione, come nel caso della clausola shock che prevede un “licenziamento per gravidanza”, anche se poi, scoppiato il caso, “Mamma Rai” – che è pur sempre una mamma! – ha pensato di cercare un’altra formulazione.

Ora, gradirei capire se il mio tributo va alla “pubblica utilità” o forse all’utilità privata di questi signori (che, giustamente, pensano al loro portafoglio).

Perché non posso avere un servizio di pubblica utilità ma devo pagare un ‘lusso’? Il bollo auto è contemperato al mezzo che scelgo di possedere. Perché non può essere così con il canone tv?

E allora se non me lo permettete voi, decido io. Se il segnale non lo prendo perché ancora il digitale terrestre non funziona appieno; se non potrò partecipare dicendo la mia sulla qualità dei programmi se non attraverso l’auditel; se il servizio Rai non inizierà ad essere un servizio pubblico, dove i lavoratori vengono rispettati e non sfruttati, dove non ci siano  trattamenti discriminatori, ecc, la soluzione sarà fare come con le spese militari: obiezione civile e non pagamento di ciò che va a finire nelle tasche sbagliate.

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1 Response to “Obiezione civile e canone Rai”



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