La neve? Colpa dell’art.18

La ministra dalla lacrima facile (quanto ridicola), ossia Elsa Fornero, ci informa che l’art.18 non è più un tabù e con o senza l’accordo dei sindacati il diritto del lavoro (che per lei è il mercato del lavoro (!) andrà cambiato.

Per carità nessun dubbio che in Italia molte cose così come sono non vadano, che spesso chi si trova espulso dal mondo del lavoro non vi riesca a rientrare facilmente anche quando è altamente specializzato, e che non sia normale che i giovani siano sostanzialmente ottimi stagisti anche con due lauree e svariati master ma di pagarli non se ne parla.

Trovo un po’ pretestuoso e pure ideologico attaccare l’art.18 dello Statuto dei Lavoratori per giustificare la scarsa competitività e la scarsa crescita delle aziende italiane.L’art. 18 della legge 300/1970 (c.d. “Statuto dei lavoratori”) recita:

ART. 18. – Reintegrazione nel posto di lavoro.
Ferma restando l’esperibilità delle procedure previste dall’art. 7 della legge 15 luglio 1966, n. 604, il giudice, con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’art. 2 della legge predetta o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro.
Il lavoratore ha diritto al risarcimento del danno subito per il licenziamento di cui sia stata accertata la inefficacia o l’invalidità a norma del comma precedente.
In ogni caso, la misura del risarcimento non potrà essere inferiore a cinque mensilità di retribuzione, determinata secondo i criteri di cui all’art. 2121 del codice civile.
Il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al comma precedente è tenuto inoltre a corrispondere al lavoratore le retribuzioni dovutegli in virtù del rapporto di lavoro dalla data della sentenza stessa fino a quella della reintegrazione.
Se il lavoratore entro trenta giorni dal ricevimento dell’invito del datore di lavoro non abbia ripreso servizio, il rapporto si intende risolto.
La sentenza pronunciata nel giudizio di cui al primo comma è provvisoriamente esecutiva.
Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’art. 22, su istanza congiunta del lavoratore e del sindacato cui questi aderisce o conferisca mandato, il giudice, in ogni stato e grado del giudizio di merito, può disporre con ordinanza, quando ritenga irrilevanti o insufficienti gli elementi di prova forniti dal datore di lavoro, la reintegrazione del lavoratore nel posto di lavoro.
L’ordinanza di cui al comma precedente può essere impugnata con reclamo immediato al giudice medesimo che l’ha pronunciata.
Si applicano le disposizioni dell’art. 178, terzo, quarto, quinto e sesto comma del codice di procedura civile.
L’ordinanza può essere revocata con la sentenza che decide la causa.
Nell’ipotesi di licenziamento dei lavoratori di cui all’art. 22, il datore di lavoro che non ottempera alla sentenza di cui al primo camma ovvero all’ordinanza di cui al quarto comma, non impugnata o confermata dal giudice che l’ha pronunciata, è tenuto anche, per ogni giorno di ritardo, al pagamento a favore del Fondo adeguamento pensioni di una somma pari all’importo della retribuzione dovuta al lavoratore.

Insomma, parla di tutele forti per il lavoratore ingiustamente licenziato. Qualora un lavoratore venga licenziato senza giusta causa (es. sorpreso a rubare) o senza giustificato motivo soggettivo (es. inadempiente rispetto alle mansioni) o oggettivo (es. azienda in serie difficoltà che non le consentono il mantenimento del lavoratore stesso) una volta che il giudice annulli il licenziamento il lavoratore ha diritto al reintegro nel posto di lavoro (vale a dire riprende il suo posto come se non avesse mai smesso, con tutti gli scatti di anzianità, contributivi, ferie, ecc ecc). Il lavoratore può anche optare per un risarcimento (e questo capita spesso qualora il lavoratore tema di essere oggetto di mobbing). L’art. 18 vale solo per i lavoratori di unità produttive sopra i 15 dipendenti.

Per cui per migliorare il mondo mi verrebbe voglia di estendere le tutele a tutti i lavoratori e semmai aggiungere un sistema di sostegno ulteriore a chi perde il lavoro, sia per legittima scelta del datore che non.

Ecco, sarò limitata, ma non capisco perché  invece il dibattito si stia concentrando sull’eliminazione delle tutele date dall’art.18. Senza bisogno di fare retropensieri, sembra l’ennesimo attacco ai lavoratori esposti, vuoi perché sindacalizzati, vuoi perché potenzialmente discriminati per altre ragioni. Insomma, indebolire per l’ennesima volta chi non è gradito al datore di lavoro, che diventa sempre più un ‘sior padron’ e sempre meno una controparte nella normale dialettica del dualismo capitale-lavoro.

E in tutto questo non c’è un sostenitore dell’abolizione, pardon “modifica”, dell’articolo 18 che riesca a rispondere su come questo influenzerebbe la crescita delle aziende. Sento molta puzza di ideologia. E non da parte di chi lo difende.

Ci manca solo che la colpa della neve di questi giorni, e di un’Italia bloccata, venga data all’art.18!

Annunci

0 Responses to “La neve? Colpa dell’art.18”



  1. Lascia un commento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...




Follow me on Twitter

Archivi


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: