Un po’ per uno…

ovvero “sulla civiltà”

Accolgo volentieri l’invito del mio amico Leo Fiorentini. Tutto parte dall’elogio di un articolo del Regolamento di Polizia Urbana:

Art. 26
– SGOMBERO DELLA NEVE DAI MARCIAPIEDI –
I conduttori, i proprietari residenti, e gli amministratori di qualsiasi stabile, i titolari di attività commerciali, artigianali e di pubblici esercizi, sono tenuti anche solidalmente a spazzare la nevedai marciapiedi e dai sottoportici, lungo tutto il fronte prospiciente le relative attività o pertinenze. In mancanza del marciapiede da ambo i lati della strada, l’obbligo si limita allo sgombero di un solo metro dal fronte delle case.
La spazzatura della neve si eseguirà appena ha cessato di cadere, tanto in giorno feriale che festivo. Se avesse cessato di cadere nella notte, dovrà essere spazzata prima delle ore 9 del mattino seguente.
I titolari di licenze municipali che usufruiscono del suolo pubblico con banchi, baracche, chioschi, edicole e simili, e tutti coloro che, in qualsiasi altra forma, siano concessionari del suolo
stesso, hanno l’obbligo di far spazzare dalla neve il posto occupato e quel tratto attorno al posto per almeno un metro all’ingiro.

Quella che lui elogia, giustificando anche bene sul piano teorico, è una norma che affonda le sue radici in anni (decine?) di pratica e di buon senso che devo dire con il tempo si sono andate perdendo.

Fin da piccola nelle nevicate ferraresi – non numerosissime, ma almeno una all’anno sì -, per me era prassi normale veder svegliarsi prestissimo mio padre per liberare i due marciapiedi su cui dava la casa dove abitavamo e il vialetto, con gettata di copiose manciate di sale grosso da cucina. E questo era non solo per poter lui uscire ed andare a fare il suo lavoro di medico ma perché chiunque passasse davanti a casa nostra non rischiasse ruzzoloni. Lo stesso faceva mio nonno davanti al suo palazzo. Lo stesso ho sempre fatto io. Era una piccola ‘legge’, tramandata come si impara ad allacciarsi le scarpe o a salutare quando si incontra qualcuno, e che era praticata diffusamente. Come era frequente ‘sconfinare’  davanti a casa di qualche vicino anziano o impossibilitato a fare la propria parte. Ed era anche un momento di socialità perché dopo una notte di neve era pieno di tutte queste persone che spalavano, scambiavano impressioni (rigorosamente sulle condizioni meteo) ed erano accomunate dal senso di fare qualcosa insieme per rendere vivibile uno spazio.

Oggi mi pare che questo piccolo gesto sia una rarità. Sicuramente tante persone non ne hanno più la possibilità fisica, ma è anche vero che è cambiata la concezione dello spazio comune che viviamo. Sia ben chiaro, credo che un po’ di menefreghismo dilagante ci sia, ma un po’ c’è il fatto che non si sente più lo spazio urbano come ‘proprio’. Si è persa la connessione sentimentale. E forse dovremmo recuperare un po’ di educazione alla convivenza, a cominciare dagli amministratori che credo debbano tirare un filo che faccia sentire gli uomini e le donne che vivono a Ferrara non come ospiti, né come meri fruitori di uno spazio perché vi pagano le tasse, ma protagonisti.

Lo spazio è nostro, le strade e i prati sono nostri. Quindi meno divieti da parte degli amministratori e più senso di autodeterminazione da parte di ognuna e ognuno di noi. Prendiamocene cura, dello spazio e delle persone che ci vivono accanto.

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