Quando le istituzioni hanno paura della loro ombra

foto di Sergio Golinelli

Lunedì scorso in Consiglio Comunale a Ferrara è successo un gran caos. Il Consiglio Comunale doveva riunirsi e fra le varie cose discutere di un Ordine del Giorno sull’applicazione del secondo referendum sull’acqua (quello sulla remunerazione del capitale) presentato dalla consigliera di Rifondazione Irene Bregola.

A questo punto è necessario fare qualche premessa. A Ferrara esiste un Comitato Acqua Pubblica attivo da diversi anni, ben prima della campagna referendaria, composto da uomini e donne che hanno le più svariate provenienze politiche (associazioni, movimenti, sindacati, partiti, cattolici, laici, comunisti e “anticomunisti”, ecc ecc) , nel quale si lavora con grande rispetto e in un clima di grande solidarietà e studio proficuo. Insomma è un meraviglioso laboratorio, come già scrissi dopo la vittoria referendaria. E’ anche un luogo fatto di persone che studiano, che hanno sempre manifestato pacificamente ma con grande determinazione. Negli anni sono state raccolte firme per una petizione popolare consegnata al Comune di Ferrara nel marzo 2009 e discussa in commissione nel 2011 (ben oltre il termine di 60 giorni previsto dallo Statuto!), sono state raccolte firme per la proposta di legge popolare, i referendum, ecc.

Dopo la vittoria referendaria non si è certo tornati ognuno a casa sua, ma si è continuata la lotta. Si era vinta solo una battaglia.

Consapevoli di questo in Consiglio comunale ci siamo andati bardati con “vestiario” che ricordasse il voto referendario, pettorine azzurre con scritto sopra “il 13 giugno sì io c’ero”. Un promemoria del voto, insomma. Voto che aveva coinvolto solo 5 mesi fa 27milioni di italiani di cui 65mila ferraresi.

Ebbene, il Presidente del Consiglio chiede lo sgombero dell’aula. E qui viene la mia indignazione.

Il Regolamento impone al pubblico di

“tenere un comportamento corretto, astenersi da ogni manifestazione di assenso o dissenso dalle opinioni espresse dai Consiglieri o dalle  decisioni adottate dal Consiglio, anche mediante l’uso di cartelli, striscioni, manifesti e quant’altro possa disturbare il regolare svolgimento della seduta.”
 

e che i poteri per mantenere l’ordine nelle sedute “spettano discrezionalmente” al Presidente.

Ma qui viene il giudizio politico. Intanto è palese che le scritte ricordavano un voto democraticamente espresso secondo quanto previsto dalla Costituzione italiana, riconosciuti validi e pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale. Direi che se mai è la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale che vincola non solo politicamente i ‘rappresentanti del popolo’. Certo, sappiamo bene – come abbiamo visto anche con il decreto del 13 agosto che di fatto nega il primo quesito referendario a meno di due mesi dal voto – che spesso chi sta nelle istituzioni dimentica le espressioni di voto dei cittadini. Ma credo che dal negarle al sentirsi “minacciati” da queste ci sia una bella differenza.

Ebbene, si riuniscono i capigruppo e tutti a parte la Bregola affermano che effettivamente il contenuto delle pettorine minaccia la libertà di espressione dei consiglieri. Al che il Presidente invita i manifestanti a girarsele. Detto fatto, a parte Marzia Marchi che sceglie di non farlo e di farsi trascinare via a forza. E nonostante tutti si fossero girati la pettorina un altro manifestante è stato trascinato fuori e il consiglio è stato sospeso.

Ma come se non bastasse, è stato il clima da stadio nel quale si è lasciato trascinare il Presidente (in compagnia dell’assessore Marattin) che ha applaudito la ‘rimozione’ di peso da parte delle forze dell’ordine della Marchi. E’ vero, poi all’incontro con il Sindaco, il Presidente e i Capigruppo Colaiacovo ha detto che non voleva offendere ma “applaudiva la ripresa dei lavori”.

E poi l’atteggiamento del Sindaco che invita i cittadini rappresentanti dei Comitati “a farsi eleggere loro la prossima volta”, fra l’altro accusandoli di aver interrotto un consesso democratico quando la scelta – discutibilissima, come scritto sopra – di interrompere fosse del Presidente.

Ed infine l’ultima sgradevole chicca che dimostra quanto poco valga la Costituzione per questi signori. Il Sindaco tenta di instaurare una sorta di ‘gerarchia delle rivendicazioni’, facendo un parallelo con “tutti i lavoratori delle aziende in crisi che hanno perso il posto di lavoro e dopo aver fatto la foto per la stampa riponevano cartelli e striscioni”. Ebbene, Sindaco, qui non stiamo parlando di “sete di visibilità”, ma della richiesta di applicare la legge. Anzi il risultato immediatamente applicabile (vedi sentenza della Corte Costituzionale, al punto 5.4) di un referendum valido.

Cari amministratori locali di maggioranza e opposizione, se temete la legge e la partecipazione popolare forse avete sbagliato ruoli.

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