Occupy Everything: w il decentramento delle mobilitazioni

illustrazione di Hey Monkey Riot (http://heymonkeyriot.blogspot.com)

Passato il 15 ottobre ci restano le foto sui giornali che riprendono lanci di estintori, una camionetta che brucia, vetrine spaccate e scheletri di macchine bruciate.

Ovviamente nessuno ricorda i contenuti, e mi viene il dubbio che se andassimo a chiedere a chi non è addentro ci sentiremmo rispondere che la manifestazione altro non era che un ritrovo di “no global” o forse era un post derby Roma-Lazio.

Certo, fa più notizia e resta indubbiamente meglio impresso nella memoria il lancio di un estintore da parte di un giovane (peraltro immortalato in una bella foto plastica) piuttosto che la pacifica manifestazione sui monti della Val di Susa di una settimana dopo. E un bel po’ di colpa ce l’ha anche la stampa, come nota bene Alessandro Somma nel suo blog.

Un po’ di errori però li ha fatti anche il movimento. Anzi i movimenti.

 

Nei giorni post 15 ottobre sul blog Giap dei Wu Ming (che è un blog di scrittori) si è sviluppata una discussione fluviale (a mio parere da tutti i punti di vista, infinita e travolgente). E su Il Manifesto di oggi compare l’intervista a Wu Ming 1 che tenta la sintesi.

 

Secondo me ci sono due punti interessanti per future mobilitazioni:

1. Le zone rosse da violare spesso sono pure illusioni, luoghi vuoti dove poco si decide. La lettera della BCE ce lo insegna: è il capitale che comanda, che sovranità ha ancora il popolo/la politica? E quindi anche assediare i palazzi del potere politico, ha realmente senso o sono delle “banalità”?

2. Occupy Everything, l’esigenza di occupare qualunque cosa, ovunque. Accerchiare.

Devo dire che condivido la lettura che dà Wu Ming 1. E mi piace l’idea che si possa  occupare luoghi del potere economico perché almeno riconosciamo il vero centro dell’oppressione, almeno in una sua astrazione (e quindi bene iniziative alla Occupy Wall Street o l’italiana Occupiamo Banca d’Italia). E bene sarebbe anche fare un passo ulteriore, verso una riappropriazione diffusa degli spazi, quell‘Occupy Everything che significa usare ogni luogo come cassa di risonanza, decentrare la protesta per non essere messi sotto scacco dall’informazione nazionale, decentrare per coinvolgere.

E con una certa tristezza accolgo la scelta del Forum nazionale dei Movimenti per l’Acqua, di organizzare per il 26 novembre la manifestazione a Roma. Al di là della fatica e dei costi, per l’ennesima volta andiamo a Roma, sperando che là – nella capitale politica e amministrativa, luogo del “potere” –  ci sia qualcuno ad ascoltarci. Peccato che lì non ci sia nessuno. O almeno nessuno che abbia davvero il potere, o almeno voglia provare ad esercitarlo.

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