Non ci restano che i forconi

Post pubblicato su L’Undici

 

Agosto-settembre 2011: l’Italia rischia il default, governo e opposizione si inchinano alla BCE.

La BCE invita a fare misure allucinanti e a negare addirittura la volontà popolare (ma l’Italia non era una Repubblica democratica fondata sulla sovranità popolare?)espressa nei referenda del 12 e 13 giugno 2011 che hanno sancito il “ritorno al pubblico” dei servizi locali.

Cittadini massacrati da aumenti di tasse e taglio dei servizi, umiliati dalla assoluta impermeabilità del Parlamento alle richieste di austerity su sprechi della politica, assolutamente nauseati dalle pruriginose vicende del premier e della corte di faccendieri, ruffiane e prostitute (quelle che in questo contesto risultano praticare il mestiere più onorevole).

In piazza a protestare? Sì, ma con i forconi! Certo, l’idea romantica c’è: il popolo che al grido di “il popolo ha fame” vaa scacciare con i loro strumenti di lavoro un’aristocrazia oziosa e costosa: siamo tutti figli e nipoti di contadini, quindi quale migliore strumento per indicare il nostro dissenso?

E quale idea migliore di usare un metodo di condivisione e confronto che usavano le nostre nonne e bisnonne quando si ritrovavano a intrecciare la canapa: mettersi in cerchio e parlare. Sì, perché dalle nostre parti (chi scrive è di Ferrara, NdR) “fare filò” (discutere in cerchio tra vicini di casa o amici, NdA) è stata una attività tramandata nel tempo, e il fatto che lo abbiano fatto gli indignados spagnoli ha solo risvegliato modalità trasmesse geneticamente.

Ed ecco allora in piena piazza a Ferrara, dove abitualmente vediamo i pensionati in “crocchi “e dove famiglie e non fanno la classica “vasca” del sabato pomeriggio, un gruppo di donne e di uomini che si siedono per terra, in cerchio con un microfono che passa di mano in mano.

 

Altri, un centinaio di persone – molti per la “nebbiosa” Ferrara – che si fermano, ascoltano, prendono la parola.
Condividono pensieri, criticano privilegi, qualcuno parla di un disagio personale, altri di un disagio ipotetico, preoccupazioni per il futuro.

E allora escono i mal di pancia per le tasse non pagate dalla Chiesa Cattolica, la rabbia per le scuole che cadono e per i soldi dati alle private, la mancanza di fondi per le pensioni e gli sprechi della politica, i diritti dei lavoratori sotto attacco e la paura per le misure repressive attuate dal Governo, l’idea di un modello differente, magari basato sulla decrescita e non sulla crescita, rispetto dell’ambiente e socialità.

Ma esce anche la rabbia perché sembra che i referenda neppure ci siano stati e in questo non si guarda certo solo al governo nazionale e berlusconiano, ma anche alla maggioranza di stampo “ulivista” che amministra Comune e Provincia. Perché la critica è a quella politica che ascolta più le banche delle persone, più le agenzie di rating che i bisogni e che preferisce chiedere di pagare il debito non a chi la crisi l’ha generata ma a chi la sta subendo.

E c’è una base di ironia quando dal cerchio si alzano gli occhi ai palazzi che ci circondano e si vede come questo centinaio di persone che “fanno filò” è osservato, forse con un po’ di preoccupazione sicuramente con curiosità, dai simboli del capitalismo neoliberista, della Chiesa opulenta e della politica di Palazzo: siamo circondati da Mac Donald’s, dal Duomo e dal Palazzo Municipale.

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