14 dicembre 2010 – Saviano e la rabbia non ascoltata

14 dicembre 2010.
Dentro il Parlamento Berlusconi ottiene la fiducia per un soffio, fuori dal Parlamento scontri fra manifestanti e forze dell’ordine.
I giorni dopo sfilano i soliti commentatori: critica ai parlamentari voltagabbana, ma anche la serie delle prediche contro i manifestanti “rabbiosi”.
E ovviamente non poteva mancare l’intervento di Roberto Saviano, ormai passato da essere un “romanziere antimafia” a tuttologo opinionista.
Saviano critica – dalle colonne di Repubblica – la violenza durante la manifestazione, parla di chi ha agito gli scontri come “poche centinaia di idioti”, li accusa di agire forme di lotte vecchie equiparando con leggerezza lanci di uova, scontri e camioncini con sound system.
E ovviamente fioccano immediatamente le risposte, chi gli dà ragione (come UdU e Rete degli studenti) e chi no (i collettivi riuniti nel network Ateneinrivolta, Sandrone Dazieri, l’autore di “Eroi di carta” Alessandro Dal Lago).
A me Saviano non sta simpatico.
Gli riconosco di aver fatto parlare di un pezzo di mondo mafioso, attraverso un romanzo (che ho trovato noiosissimo), anche chi fino a quel giorno non si era interessato di mafie.
Gli riconosco di aver rinunciato alla sua vita – forse non del tutto consapevolmente – nel momento in cui è uscito pubblicamente.
Ma non sopporto quell’aria un po’ troppo buonista, da predicatore di paese che si mette su un pulpito a dare giudizi. E lo fa da un pulpito di autorevolezza che gli è stata assegnata da un pezzo di “opposizione civile” che esiste nel Paese e che lo rende una sorta di intoccabile, a prescindere dall’argomento che tratta e da quello che dice.
Ciò che dice è vero, perché è lui “l’autore”, anche di ciò che non conosce.
Beh, nell’editoriale pubblicato da Repubblica, Saviano degli errori li commette.
Il non riconoscere la rabbia che sta pervadendo la società ed in particolar modo il pezzo che dovrebbe avere le “grandi speranze” vuol dire non vivere il mondo (cosa che in effetti, Saviano, da scortato non può fare). Dobbiamo sentirlo dire dal capo della polizia Manganelli, pensate un po’, a ricordare che la violenza è la manifestazione visibile di un disagio sociale terribile che accomuna tutti coloro manifestavano?
Inoltre Saviano perde di vista la connessione palese che c’è fra il movimento italiano e quello che si sta sviluppando in tutta Europa. Ed è una connessione molto più forte di quella con presunti residuati dell’autonomia del ’77.
Ancora, ignora che la scelta di creare una ‘zona rossa’ intorno ai palazzi del potere non ha fatto altro che provocare ulteriormente la rabbia dei manifestanti: non si trattava di poter lanciare delle uova, ma di poter avvicinarsi ai luoghi decisionali, poter far sentire la propria voce, invece così – una volta di più – è stata statuita la separatezza fra i rappresentanti e coloro che dovrebbero essere rappresentati.
E’ offensivo, e non si capisce come possa Saviano affermare che i manifestanti arrestati inizino a piagnucolare e a chiamare “la mamma”. Forse anche su questo vige l’autorevolezza dell’autore? Ma questa non è una favola. C’erano persone reali, donne e uomini arrabbiati e delusi, nelle piazze.
E’ questo paternalismo che offende un movimento composito, complesso come sono ogni anno di più i movimenti di lotta, che ha tantissime anime, da quella riformista dell’UdU a quella anarchica ed antagonista dei collettivi.
La violenza non aiuta a far comprendere ai più le ragioni di una protesta. Ma non è che la nonviolenza abbia preservato i manifestanti dalle manganellate (come Genova 2001 ci racconta).
Saviano – a sua discolpa – ha che non può vivere nel mondo reale. Ma allora ci faccia un regalo: la smetta di voler dire chi è buono e chi è cattivo. Il movimento di questi mesi sceglierà la strada da prendere e lo farà autodeterminandosi come è giusto che sia. In questo momento sarebbe stato meglio che con le sue “possibilità mediatiche” puntasse il dito contro il rischio di una repressione generalizzata, la limitazione dei diritti e delle libertà.
Osservatori esterni, privi di umiltà, non aiutano. Anzi.
questo pezzo è stato pubblicato su piovonopietre.it
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