Grazie Sindaco, ma non mi convinci!

Il sindaco di Ferrara, Tiziano Tagliani, esce sulla stampa affermando che firma il referendum sull’acqua proposto dall’Idv, aggiungendo che lo fa perché il referendum “darà la possibilità alle amministrazioni di scegliere fra pubblico e privato”.
Come se non bastasse, riprendendo l’intervista del responsabile provinciale economia del Pd, tratta i sostenitori della gestione interamente pubblica dei servizi come ‘caproni ignoranti’ o ‘venditori in malafede’, facendoci passare come coloro che diffondo l’idea che l’acqua pubblica sia gratis.

In questo modo Tagliani non fa che darci ragione quando affermiamo (come facciamo da quando Di Pietro ha scelto la via del deposito di un quesito alternativo sul decreto Ronchi) che il referendum dell’Idv è una presa in giro, in quanto non implica la ripubblicizzazione dell’acqua ma semplicemente ‘diluisce’ un po’ la durezza del decreto Ronchi.
Insomma, se passa il referendum dipietrista se un’amministrazione vorrà affidare ai privati potrà farlo senza problema alcuno.

Però il Sindaco esagera volendoci far passare o come ignoranti o come soggetti in malafede.
Nessuno dichiara che l’acqua sia gratis, ma la domanda corretta da porsi quando si parla di “rilevanza economica” (in senso giuridico, non economico!) è la seguente: nel gestire un servizio quale quello idrico integrato, che distribuisce un bene fondamentale – l’acqua, appunto -, è giusto permettere che ci possa essere un profitto?
Vale a dire, è giusto far sottostare la gestione del servizio pubblico al criterio del “full recovery cost”, nonché dell’adeguata remunerazione del capitale investito?

Beh, dal mio punto di vista la risposta è NO.

Infatti la dicitura “rilevanza economica” applicata ai servizi pubblici non sta certo ad indicare che l’acqua ha dei costi e se apro un rubinetto implicherà che il costo me lo troverò in bolletta (grazie tante, mica serve la scala!)
Invece significa che quel servizio rientra in un ambito di applicazione dell’art. 23-bis della finanziaria del 2009, che – come modificato dal decreto Ronchi – implica nei fatti una privatizzazione.
Infatti implica che l’affidamento sia solamente o per gara o a società mista dove il capitale privato sia almeno del 40%, escludendo l’affidamento ‘in house’.

Insomma ammettere il principio del “full recovery cost” e dell’adeguata remunerazione del capitale investito significa trovarsi legati mani e piedi alle esigenze di ‘creazione di profitto proprio delle società di tipo privatistico (vedi art. 2247 del codice civile sulle SpA), a cui devono sottostare le società di capitali e non le aziende pubbliche.
E visto che dell’acqua tutti hanno bisogno e visto che però è un bene finito implica che perché esista un profitto costante sarà necessario o aumentare le tariffe o contenere i costi (cioé ridurre la qualità e il costo del lavoro e/o ridurre la qualità del servizio e gli investimenti sulle reti).

Inoltre c’è un altro tema: si chiama democrazia e si legge partecipazione.
Nella gestione in house sta alle assemblee elettive dei Comuni, attraverso il controllo analogo, far sì che il servizio sia di qualità e le reti vengano curate.
Nella gestione affidata a privati, all’opposto, non vi è spazio per la partecipazione democratica, si delega tutto a delle SpA che sono vincolate da segreto aziendale (in modo particolare quando quotate in borsa).

Il caso di Hera è emblematico: sebbene sia formalmente a maggioranza pubblica gli amministratori non riescono ad accedere alle informazioni e non partecipano ai processi decisionali.

Un servizio gestito dal pubblico ovviamente non è gratis ma può essere “umano”, ad esempio attraverso un indirizzo delle assemblee elettive (un consiglio comunale) di non tagliare il servizio in caso di morosità incolpevole dell’utente, magari rimasto disoccupato a causa di una delle tante crisi aziendali. E questo lo si può se c’è una gestione in house mentre non si può proprio fare se la gestione è attraverso una gestione di capitali magari quotata in borsa.

Come se non bastasse un noto organo ‘rivoluzionario’ quale la Corte dei Conti, nel suo recente rapporto del 10 febbraio 2010, ha evidenziato come le privatizzazioni di questi ultimi anni (dai trasporti al servizio idrico integrato, per intenderci) non abbiano portato né un recupero di efficienza, né una riduzione dei costi, anzi le utilities privatizzate devono i loro profitti soprattutto all’aumento delle tariffe, ben più alte in Italia che nel resto d’Europa.
Magari pubblico non è automaticamente bello, ma con una gestione partecipata lo può diventare.
Invece privato implica una gestione non democratica, economicamente meno conveniente per chi dell’acqua ha bisogno e un servizio tendenzialmente peggiore.

Detto questo, meglio diffidare dalle imitazioni!

Se si vuole davvero la ripubblicizzazione del servizio idrico integrato bisogna firmare i referendum per la ripubblicizzazione dell’acqua, quelli del Forum nazionale!

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